Una Torre senza porte o scale si erge al centro di una foresta; solo una piccola finestrella, su in alto, interrompe la monotonia delle sue bianche pareti. Una vecchia si avvicina: grida qualcosa. Dalla finestra si affaccia una ragazza, con una treccia di lunghissimi capelli biondi. La treccia viene gettata giù; la vecchia la usa per arrampicarsi. Un rituale quotidiano che si è ripetuto con regolarità da quando la ragazza aveva 12 anni, una scena rimasta nascosta a tutti: a tutti… finora. Un giovane principe, nascosto in una macchia di cespugli, osserva ciò che fa la vecchia. Al calare della notte, ci proverà anche lui. Questo è il nocciolo fondamentale di Rapunzel, dodicesima fiaba della raccolta dei Grimm: questo il quadro che innescherà poi tutti gli altri avvenimenti. Chi sia la ragazza, si fa presto a dirlo: è la figlia di una donna che ha chiesto al marito di rubare per lei dei frutti dal giardino di una strega. Perché è finita sulla torre? Perché la strega ha sorpreso il padre nel furto e ha preteso come ricompensa la consegna della bambina che la moglie avrebbe partorito. Come si sviluppa la storia? Lo si può immaginare: il principe riesce a salire sulla torre; lui e la ragazza si innamorano e progettano la fuga; la strega li scopre e li punisce. Solo dopo parecchi anni -e a parecchi chilometri di distanza- i due riusciranno a ricongiungersi di nuovo e a dare un lieto fine alla loro storia.
Uno studioso russo della prima metà del novecento, Vladimir Propp, ha visto all’origine dei racconti di magia la descrizione dei riti di iniziazione che devono aver caratterizzato -in ere decisamente preistoriche- il passaggio dall’infanzia all’età adulta. In Rapunzel questo elemento è particolarmente evidente: nel rapporto tra la Strega che la tiene prigioniera e la ragazza, possiamo leggere in filigrana il legame tra un genitore iperprotettivo e la figlia: la giovane, infatti, non viene maltrattata dalla strega (che anzi promette ai suoi genitori di trattarla bene); essa deve solamente rimanere all’interno della torre, simbolo di riparo e protezione. In un certo senso, deve mantenersi pura e innocente il più a lungo possibile: il desiderio tipico di quei genitori che vorrebbero dei figli perennemente bambini da accudire e custodire. Simbolo di questa purezza sono i lunghi capelli, probabilmente l’elemento più importante del racconto. Solo attraverso questi capelli, la madre può entrare nella torre: essi rappresentano cioè l’unica via attraverso la quale la donna può entrare in contatto con la giovane, l’unico legame tra madre e figlia. Nel momento in cui questa purezza viene persa per l’incontro con il principe, la donna li taglia e abbandona la protagonista nel deserto, senza curarsene più. Sei voluta crescere? Arrangiati.
La simbologia dei capelli come segno di purezza (e del loro taglio come perdita di questo candore) è antichissima: possiamo ricordare l’esempio biblico di Sansone, cui vengono tagliate le trecce nel momento in cui cede alle lusinghe di una pagana, o la tradizione greca per cui le ragazze in procinto di sposarsi si tagliavano una ciocca di capelli da offrire ad Artemide; come loro, Rapunzel perde la propria innocenza ed è costretta a lasciare anche le chiome, finendo relegata in un altro luogo carico di significati, il deserto, ambiente di meditazione e crescita (prima di iniziare la sua predica Gesù vi sosta quaranta giorni, sottoponendosi alle celebri tre tentazioni). Chissà, la desolazione di questo luogo non potrebbe rappresentare il nuovo aspetto che il mondo circostante assume agli occhi del bambino, nel momento in cui non si trova più i genitori alle spalle? Qui nel deserto, Rapunzel si ritrova sola e abbandonata. E il principe?
Al principe, artefice involontario di questa catastrofe della crescita, le cose non sono andate molto meglio: ritornato alla torre, il nostro eroe si è visto calare dalla finestra la familiare treccia bionda. Peccato che ad aspettarlo al davanzale egli non abbia trovato la sua innamorata, ma una quasi-suocera decisamente non bendisposta nei suoi confronti. Spaventato il principe cade e finisce in un roveto: trafitto agli occhi dalle spine, perde la vista. La cecità legata ad una sorta di impurità più o meno sessuale è anch’essa particolarmente interessante. L’occhio viene punito per aver visto ciò che non doveva. Sempre per rifarci ad altri esempi, possiamo ricordare che Sansone, dopo la cattura (e il taglio di capelli) viene accecato; spostandoci in Grecia, ecco Edipo, che si acceca con lo spillone della moglie, quando si rende conto di aver consumato l’incesto; ecco Tiresia, accecato da Era (da Atena secondo altre versioni del mito) per averla vista nuda. Spostandoci di qualche secolo, perché non richiamare alla mente le prediche di alcuni sacerdoti, per i quali l’esecuzione di determinate pratiche (chi ha orecchie, intenda!) portava alla cecità?
Una volta compiuto questo primo peccato originale, le cose non vanno al meglio per la nostra coppia. Come si arriva allo scioglimento finale? Semplice, attraverso la loro ricongiunzione. I due giovani si ritrovano, la ragazza piange sugli occhi del suo amato e questo riottiene la vista. La coppia è ufficialmente cresciuta e si è assunta le sue responsabilità: l’impurità è messa da parte e la vita ricomincia.

Comments on: "Rapunzel, quando la Crescina non serve" (2)
Bravo, molto interessante! E i riferimenti sono molto calzanti.
Grazie Professoressa!